Musica, musicisti e tecnologia
Non esistono spazi creati per determinata musica, ma musica creata per determinati spazi.
Dal vangelo secondo Byrne, Come funziona la musica.
Non è sempre vero, ma lo è molto spesso.
Se pensi alla musica liturgica, per esempio, gli accordi lunghi e l’assenza di modulazioni sono motivati dall’eco infinita delle chiese.
La musica si adatta al tempo e allo spazio, alle innovazioni tecnologiche, alle esigenze umane.
Le improvvisazioni jazz sono nate per evitare di interrompere il brano nelle sale da ballo, per non fermare le danze del pubblico, per esempio.
La musica elettronica è nata perché qualcuno ha inventato un macchinario in grado di produrre un suono artificiale.
La lunghezza delle canzoni e dei dischi è sempre dipesa dalla capacità di memoria del supporto, dai coni di cera agli mp3.
Ti ricordi i dischi doppi degli anni 90?
Con l’invenzione del cd e quindi della nascita di un supporto che potesse ospitare un numero maggiore di canzoni, gli artisti e le etichette hanno iniziato a produrre doppi cd, greatest hits, dischi live ecc…
La musica, ancora una volta, si è adattata allo spazio a sua disposizione.
Con l’arrivo del formato mp3 è cambiato nuovamente tutto: gli studi di registrazione si sono adeguati ai nuovi livelli di compressione, le dinamiche dei brani sono cambiate, si è rivoluzionato il modo di pubblicare e distribuire.
Nonostante tutto questo, è ancora possibile assistere a un concerto di musica classica in una sala da concerti.
La musica cambia, si evolve, ma rimane fruibile anche nelle sue vesti più antiche.
Quali sono gli effetti negativi?
La facilità di diffusione delle opere musicali tramite lo streaming ha penalizzato i guadagni dell’industria musicale e la qualità dell’ascolto.
Da utenti non possiamo che gioire della possibilità di avere tutta la musica del mondo nelle nostre tasche, ma come artisti abbiamo visto crollare i guadagni derivanti dalla vendita dei dischi.
La nostra musica si è adattata, ha trovato nuovi modi per diffondersi nel mondo.
Ma noi? Siamo rimasti indietro.
In un momento storico in cui l’A.I. minaccia di rimpiazzare ogni attività creativa, mi sono fermata a riflettere su come la tecnologia sia diventata non solo uno strumento che ci aiuta, ma anche qualcosa che detta i nostri ritmi di vita.
La connessione continua e gli strumenti a nostra disposizione ci aiutano a produrre di più, con l’effetto di aver creato un sistema in cui bisogna essere sempre super prestanti, super efficienti, super perfetti.
Il risultato è la diffusione di una parola che fino a qualche anno fa non conoscevamo: burnout.
Ho scritto un articolo che parla di questo sulla rivista Meer, puoi leggerlo qui.