Vai al contenuto

Sara Velardo - Musicista

Meglio i concerti negli stadi o nei piccoli locali?

meglio gli stadi o i live club?

Meglio i concerti negli gli stadi o nei piccoli locali?

Tempo fa ho assistito a uno degli spettacoli più belli che abbia mai visto.

Sul palco c’erano dei musicisti, ma non posso definirlo concerto, era qualcosa di diverso.

L’evento era di Björk, una delle artiste più interessanti dell’ultimo secolo, ho scritto un racconto della serata sul sito di Mescalina, ti invito a leggerlo qui.

Siamo tornati a casa con l’organismo in subbuglio, con tanto da elaborare e assorbire.

Questo mi ha fatto riflettere su un argomento su cui i musicisti sono molto divisi, ovvero su qual è la dimensione migliore per un concerto.

Quello che ha fatto Björk è stato portare su un palco la fusione di varie forme artistiche.

Sul palco era presente una scenografia che induceva a pensare a uno spettacolo teatrale, le proiezioni delle creazioni di artisti digitali diventavano spesso protagoniste del momento.

La musica a volte era solo la colonna sonora di una serie di cose che stavano succedendo contemporaneamente.

Eravamo al Forum di Assago a contemplare tutta questa bellezza, interrompendo il religioso silenzio solo alla fine dei brani, per urlare e scaricare l’energia assorbita.

Nessuno cantava durante i brani, nessuno saltava, era una situazione di puro ascolto.

 

In “Come funziona la musica”, David Byrne spiega come i luoghi destinati all’esecuzione della musica dal vivo possano influenzare composizioni, generi musicali e stili.

Così come i riverberi delle chiese costringevano i compositori a usare accordi lunghi per evitare dissonanze e cacofonie, così i jazzisti continuavano a suonare lo stesso brano fino a far sfinire i ballerini, ricorrendo all’improvvisazione sia strumentale che vocale.

Emerge un punto di vista che non avevo mai considerato: di solito si pensa che il musicista scelga i luoghi in cui suonare in base al proprio genere musicale, ma non avevo mai pensato che si scegliesse di suonare determinata musica per poter suonare in determinati luoghi.

Tra poco te lo racconto.

L’anno scorso sono stata per la prima volta allo stadio di San Siro

Non c’ero mai stata perché non amo molto i concerti negli stadi con migliaia di persone e tanti maxi schermi, non riesco mai a essere abbastanza vicina al palco, non sento mai veramente bene. 

Mia sorella aveva due biglietti per Tiziano Ferro, un artista che non seguo molto ma reputo molto bravo, quindi ho colto l’occasione per vedere com’era. 

Sentire migliaia di persone che cantano la stessa canzone con la gioia negli occhi e le braccia alzate è una cosa potentissima, uno spettacolo meraviglioso, ho cercato di immaginare cosa stesse provando Tiziano nello stare lì, davanti a tutte quelle persone.

E mi sono commossa con lui.

Ho pensato al concerto negli stadi non come un’esperienza artistica ma un rito collettivo di condivisione.

 

Byrne nel suo libro racconta che nel momento in cui si è pensato di usare gli stadi per i concerti, è nata la necessità di scrivere degli inni da poter cantare. 

E in effetti il pubblico allo stadio stava cantando un inno, un brano condivisibile da milioni di persone.

Una delle mie artiste preferite è Ani Di Franco, i suoi concerti sono un susseguirsi di brani suonati in solo o in trio e tantissimi racconti di aneddoti legati alla sua vita e alla nascita dei brani. 

È un’ artista da vedere dal vivo perché le esecuzioni di un brano non sono mai uguali alla volta precedente (tende a cambiare anche il testo delle canzoni) e perché le sue storie sono veramente interessanti. 

Un personaggio che adoro è Juliette Lewis, conosciuta da molti come attrice ma amatissima come cantante e soprattutto performer dal vivo. 

Sono andata a un concerto di Juliette and the Licks al Magnolia di Milano qualche anno fa e lo ricordo come uno dei live show più divertenti della mia vita.

Non è una grandissima band a livello tecnico ma lei ha saltato come una matta per 2 ore ballando, sudando e urlando le sue canzoni guardando il pubblico direttamente negli occhi. 

Non potevi stare ferma, non potevi non cantare, non potevi non urlare, un concentrato di energia assurdo.

Ti dicevo prima che anch’io ho cambiato genere musicale per suonare in posti diversi, anche se non è proprio totalmente vero.

Sono una cantautrice ma ho suonato per tantissimi anni in band rock, il pop rock è il mio genere originario, si può dire.

Solo dopo lo scioglimento della band in cui suonavo, ho deciso di pubblicare un album da sola. 

Mi sono ritrovata a girare l’Italia con solo la mia chitarra acustica, una dimensione nuova che credevo mi stesse stretta ma che mi ha fatto scoprire un nuovo modo di suonare dal vivo: quello della songwriter e della storyteller. 

Quando sei sola sul palco il pubblico diventa il tuo unico interlocutore ed è assolutamente normale iniziare a raccontare anche aspetti molto profondi della tua vita.

Ho suonato tantissimo in situazioni intime in cui ho potuto creare una forte connessione con il pubblico presente, ma mi è capitato anche di suonare in contesti molto grandi con centinaia, a volte migliaia di persone, e ho amato tantissimo anche quei contesti.

Meglio i concerti negli stadi o nei piccoli locali?

Dopo un po’ di anni mi è venuto naturale scrivere un disco più orientato al rock, non avevo più voglia di suonare da sola chitarra e voce, volevo la chitarra elettrica, la band, suonare in posti rumorosi e su palchi diversi

Ho sempre pensato a questo passaggio come un bisogno di tornare al mio genere originale ma non avevo mai pensato che in fondo a questa decisione ci fosse anche il bisogno di suonare in posti diversi. 

Se analizziamo la situazione della musica dal vivo a Milano e dintorni, ci renderemo conto che negli ultimi anni molti locali hanno chiuso e alcuni sono stati costretti a limitare i volumi, dando spazio solo a situazioni acustiche.

Questo non può che influenzare inevitabilmente la scena musicale circostante. 

Tante cantautrici mi chiedono consigli su dove suonare in band a Milano e io rispondo che è difficilissimo, meglio andare in duo o in trio. 

Decidiamo quindi di modificare il nostro assetto live in funzione dei posti in cui vogliamo suonare, ancora una volta.

Ma gli artisti enormi, con una carriera ben consolidata e una forte potenza contrattuale, come possono piegarsi ai luoghi presenti e non inventarsi nuove soluzioni?

Penso ai Pink Floyd che suonarono su una piattaforma galleggiante a Venezia, gli U2 che si esibirono su di un camion in giro per New York, o il famoso concerto dei Beatles sulla terrazza della Apple Corps.

Non erano luoghi adatti alla musica live, ma questi concerti sono diventati comunque memorabili. 

L’esperienza del momento ha infranto ogni sovrastruttura, ogni convenzione.

Se i concerti fossero tutti codificati si perderebbe la bellezza della sperimentazione, privandoci di geni come, appunto, Björk.

Se è vero che spesso i luoghi influenzano la scena musicale che vi gravita intorno, è anche vero che è impossibile impedire a nuove forme di espressione musicale di nascere e trovare nuovi mezzi di diffusione.

Tu che ne pensi? 

Come sempre ti aspetto nei commenti!

W la musica, sempre.

Sara

2 commenti su “Meglio i concerti negli stadi o nei piccoli locali?”

  1. Grazie mille Sara per questo articolo.
    Stavo proprio pensando a questo argomento qualche settimana fa; poiché, appena scoperto che i The Script ( band molto famosa, penso tu la possa conoscere) verranno a Milano in un locale a Dicembre, mi ero preparato a prendere subito i biglietti. Tuttavia, dopo aver scoperto che un biglietto costa 60€ ci sono rimasto abbastanza male.
    Questo perché nell’ultimo anno sono andato a concerti veramente pazzeschi e stupendi…con 20€. Insomma, se devo decidere tra andare a un concerto in cui sarò schiacciato nella gente, probabilmente a vedere poco e niente, e andare a 3 eventi in cui ho la possibilità di essere vicino al palco e cogliere molti più aspetti di una band… La risposta viene un po’ da sé.
    Detto questo, è molto interessante il ragionamento del suonare in base al posto in cui si vuole andare.
    In tutti gli eventi che mi capita di vedere su Instagram, movimenti cantautori ecc… È difficile trovare spazio per band in formazione batteria, basso, chitarra… E se si trovano locandine è per cover band dei Queen, Beatles e bla bla bla.
    A mio avviso, il nostro paese sta rinascendo molto a livello cantautorale, nella sincerità e vicinanza con l’artista, mentre per cose più in “grande” o suoni futuristici, né è un esempio byork, bisogna andare oltre i nostri confini.

    1. Il problema è proprio che non ci sono spazi per la musica elettronica, non ci sono i locali. Già prima del Covid c’era una grossa difficoltà, dopo il Covid il deserto! Io stessa se penso a pubblicare un altro disco non riesco a immaginare di organizzare un tour come ho fatto negli anni scorsi. Con i miei dischi precedenti organizzavo tour di decine di date e vendevo i miei dischi ai concerti, adesso avrei grosse difficoltà, figuriamoci poi se voglio suonare in band. Si è persa proprio l’abitudine di uscire e andare a sentire le band locali perché non ci sono più i posti. Di conseguenza i prezzi dei biglietti aumentano perché si suona di meno, è un momento storico che spero passerà presto!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *