Come prepararsi alla registrazione: Intervista a Simone Coen
È difficile riassumere in poche parole chi è Simone Coen, non solo per il curriculum pazzesco come musicista, tecnico, produttore insegnante ecc, ma anche per il tipo di approccio alla comunicazione e al lavoro.
Sento parlare di Simone da tanti anni, ma solo recentemente ho avuto occasione di parlarci su Zoom, condividendo visioni e opinioni, e nel parlare con lui ho percepito quell’attitudine che è propria dei grandi professionisti.
Simone è conosciuto a livello nazionale come produttore e tecnico del suono ma inizia come chitarrista, diplomandosi Musicians Institute in Hollywood.
Dopo tantissimi lavori come musicista, si appassiona alla produzione e registrazione, affiancando professionisti del settore e iniziando ben presto a creare la propria libreria di suoni.
Collabora con Apple, apre il proprio store di sample chiamato Chocolate Audio, collabora con Native Instruments, Steinberg, Presonus, Ableton, Cakewalk, Scarbee, Arobas Music, Overloud, Apogee e tanti altri.
Insegna per 12 anni alla statale di Milano, lavora per qualche tempo a Los Angeles e intanto produce dischi con grandissimi nomi della musica italiana e colonne sonore per film e spot pubblicitari.
A Dicembre 2023 ha aperto il Turangalîla Recording Studio, uno studio di registrazione pensato non solo per offrire tutto quello che serve per registrare professionalmente, ma per essere un luogo di condivisione e scambio tra fonici, musicisti e addetti ai lavori.
Negli ultimi mesi Simone ha organizzato i “Turangalîla Tech Days”, delle giornate in cui musicisti e tecnici possono provare gratuitamente la strumentazione fornita dallo studio e portarsi a casa delle registrazioni a costo 0.
Un modo per far conoscere lo studio e la sua filosofia e farlo diventare luogo di incontro e scambio.
Nelle mie newsletter ho parlato più volte del corso Rec Like a Pro, un percorso online che vede Simone come insegnante.
Ho seguito le live di presentazione e mi sono convinta del fatto che sia un ottimo percorso, non solo perché in molti investono Simone del titolo di miglior tecnico del suono d’Italia, ma per il tipo di approccio alla musica e all’insegnamento basato su concretezza e chiarezza.
Credo che ogni musicista debba essere in grado di registrare a casa, senza essere dei super pro ma riuscendo almeno a ottenere delle riprese pulite da mandare ai fonici veri, e credo che ogni musicista debba sapere come comportarsi quando si trova in uno studio di registrazione.
Ho proposto a Simone di confrontarci per comprendere quali sono le cose più importanti da sapere quando si registra in studio e dal vivo.
Una decina di domande in cui parliamo di:
- approccio alla registrazione, errori più comuni
- strumentazione personale, come prepararsi alla registrazione
- quanto dovrebbe durare una sessione di registrazione
- qual è il confine tra essere tecnico o produttore
- confronto e apertura mentale: come possono fare la differenza
- musicisti vs produttori: chi deve pagare?
- come cambia il lavoro di un fonico quando cambiano i dispositivi di ascolto
- analogico e digitale, cosa scegliere?
- priorità nella registrazione: la stanza
Simone, prima di essere un tecnico sei stato e sei un musicista, credo che proprio per questo tu sia in grado di comprendere ancora meglio quali sono i bisogni e le difficoltà dei musicisti che si trovano in studio di registrazione per la prima volta.
Che sia lo smarrimento di dover suonare con il clic o la difficoltà dell’ascolto in cuffia, quali sono le criticità più grandi che ti capita di incontrare e che rallentano il lavoro?
Innanzitutto ciao a tutti e grazie di questa opportunità!
Le criticità principali sono due: sottovalutare la situazione o sopravvalutarla.
Tipicamente chi si approccia al lato tecnico da musicista tende a essere o un po’ snob sulla cosa, perciò la sottovaluta ritrovandosi poi con rec non all’altezza della proprie capacità strumentali.
Oppure la sopravvaluta perdendosi poi in mille dettagli che spesso non è in grado di comprendere fino in fondo o di identificarne le cause.
Parliamo di strumentazione personale:
il musicista o la musicista che arriva in studio di registrazione, spesso non comprende che uno studio con un fonico spaziale e una strumentazione da migliaia di euro nulla può se il proprio strumento non è a posto.
Quali sono gli accorgimenti di cui tenere conto per arrivare in studio con uno strumento che non dia problemi?
Faccio una lista se per te è ok:
– chitarra: ottave non ben regolate, corde troppo vecchie, cavi/alimentatori mancanti
– basso: ottave non ben regolate
– batteria: pelli troppo usurate (praticamente sempre se non è un batterista abituato al lavoro in studio), meccaniche rumorose (viti non ben strette…)
– voce: non portare i testi e non conoscerli a memoria
Per tutti poi aggiungo che io suggerisco sempre di portare i propri in-ear o cuffie (chiuse) se si è abituati a queste perché tipicamente ci si troverà meglio con l’ascolto in cuffia che è sempre uno degli aspetti più critici.
Negli anni ho lavorato con diversi fonici e musicisti.
Molti affermano che sia meglio concentrarsi su delle sessioni immersive di 8/10 ore per calarsi meglio nel mood, altri sostengono che dopo 5 ore di lavoro non si rende più. Qual è la tua opinione secondo la tua esperienza?
Io sono, ahimè, uno che quando inizia può andare avanti 12 ore senza manco andare in bagno. Ma non è una cosa positiva, l’ho imparato sulla mia pelle.
Io opto per giornate di lavoro di 10 ore massimo inframezzate da almeno una lunga pausa pranzo. Perciò diciamo due session di 5 ore circa, o 4 + 6. Poi io raramente faccio pausa, ma appena vedo l’energia calare suggerisco pause caffè o simili.
Credo che un bravo tecnico del suono abbia inevitabilmente un ruolo creativo nella realizzazione di un disco, non solo per la scelta dei suoni ma anche per il proprio gusto in fase di mix e mastering.
A volte un fonico può anche dare suggerimenti utili per gli arrangiamenti dei brani, proponendo soluzioni e variazioni. Ti capita spesso di intervenire in questo senso nei dischi o ti limiti a un ruolo tecnico?
Ti è mai capitato di passare da tecnico del suono a produttore artistico, perché ti sei appassionato al disco che stavi registrando?
Oggi come oggi la maggior parte degli artisti e soprattutto band entrano in studio pensando di auto prodursi. Pochissimi sono in grado di farlo bene. In quei casi, io e i miei colleghi, interveniamo e regaliamo la nostra esperienza.
Continuiamo a parlarne tra di noi, di quanto oramai spesso siamo “solo” titolari della parte tecnica quando invece abbiamo ruoli decisamente più artistici in molti casi.
Perciò, sì, mi capita abbastanza spesso di intervenire.
Ma devo dire che, se c’è un/una produttore/produttrice e capisco che c’è lo spazio, intervengo molto, perché credo di essere uno dei pochi casi in cui io sono partito come produttore e arrivato a fare il tecnico del suono in modo prevalente.
Mi è capitato di cambiare ruolo ufficialmente durante la lavorazione di un disco. Una volta mi è anche capitato di scoprirmi produttore del disco a disco finito… hahahaha.
Però, come detto, succede molto più spesso che io o i miei colleghi di fatto produciamo la session, ma nessuno ci riconosce il credito morale (e tanto meno monetario).
Mi è capitato di lavorare con persone molto aperte al confronto e altre assolutamente ferme sulle loro opinioni – ad esempio ostinandosi a voler usare il proprio amplificatore quando era palese che non fosse un suono adatto al brano – quanto conta l’apertura mentale di un/a musicista in studio di registrazione?
Ti è mai capitato di rifiutare un lavoro per incompatibilità personale?
Per quanto mi riguarda l’apertura mentale è fondamentale.
Però, negli anni, ho anche scoperto quanto questa possa fungere da schermo per una grandissima indecisione e insicurezza. Per questo col passare degli anni sono diventato sempre più assertivo.
Io, di base, rispetto i desideri del musicista e cliente il più possibile. In certi casi, però, proprio non ci siamo e faccio notare la cosa. Come? Faccio quel che mi viene chiesto e poi o propongo l’alternativa (se possibile) oppure cerco un dialogo.
Se non lo trovo e il problema è molto grosso per me, allora è capitato di chiedere di levare il mio nome dai crediti. Rifiutare un lavoro? Non esattamente, però ci sono persone con le quali cerco di evitare di lavorare nuovamente e ci riesco, di solito, senza grossi drammi.
Parliamo di un argomento spinoso: i musicisti pensano che i produttori debbano investire su di loro, perché la loro musica ha valore e il produttore in fondo non fa altro che lavorare sulle canzoni scritte da loro. Sento spesso la frase “quel produttore mi vuole sfruttare”.
Il produttore d’altro canto ha però tantissime spese da sostenere per realizzare un disco, e per investire su un’artista deve avere la prospettiva di un ritorno economico, accordandosi preventivamente sulla spartizione dei guadagni, che siano royalties o percentuali sulle vendite del disco.
Se però sono un’artista al primo disco e non posso garantire alcun guadagno come faccio? L’unica soluzione è pagare di tasca mia tutte le registrazioni?
Il settore è cambiato tantissimo da quando io ho iniziato.
Una delle ragioni per le quali ho ridotto moltissimo i miei impegni come produttore è stata proprio quella: io producendo investivo tutto il possibile, ma a un certo punto, gli artisti indipendenti coi quali lavoravo non potevano più garantire ritorni sufficienti, a causa di Spotify e della scomparsa del CD.
Ora come ora il discorso è molto diverso e una produzione tipicamente cerca di guadagnare da tutto, non solo dalla musica. Perciò spesso diventa quasi un vero e proprio management. Cosa che però a me interessa pochissimo.
Perciò, temo, la soluzione sia fare da sé oppure affidarsi a produttori trasparenti oltre che bravi e che mettano nero su bianco i costi vivi che devono affrontare etc etc e rassegnarsi a investire su sé stessi.
Dopotutto il sogno di “essere scoperti” è molto romantico, ma non esattamente adatto a questi anni… E fammi anche dire che molti racconti che si sentono da artisti diventati famosi, sono poco veritieri (almeno quelli che ho visto da vicino).
Questo perché l’idea di essere scoperti è qualcosa che fa pensare a un talento talmente unico da non poter non essere notato etc etc.
La dura realtà è che chi ce la fa, soprattutto oggi, è chi investe tempo, studio, risorse, denaro e non molla mai.
Rimane un dato di fatto che la promozione è sempre stata importante, ma oggi è fondamentale perciò, lo dico contro il mio interesse diretto, se viene da me un cliente in cerca di produzione e che pensa di investire tutto quello che ha nella produzione del disco, lo fermo subito e gli dico di rivedere le proprie priorità o di rivolgersi a qualcun altro.
Il modo in cui la gente ascolta musica è cambiato radicalmente, sia a livello di profondità di ascolto che di qualità sonora.
Ascoltiamo i dischi dal cellulare o da casse bluetooth da 20 euro, perdendoci completamente l’esperienza di ascolto. Com’è cambiato il tuo lavoro in relazione a questo fattore?
In realtà poco, perché si è sempre cercato di far suonare bene i dischi anche su mezzi poco qualitativi.
Io oramai in studio uso solo un set di monitor da molti anni e solo occasionalmente faccio i cosiddetti “car test” (ovvero ascolto in auto, ma anche su telefono, casse bluetooth o altro).
L’esperienza oramai mi fa bene capire come far suonare le cose bene su sistemi di qualità e meno qualitativi.
Quello che è cambiato è il suono “di moda” in questi anni: mentre la musica che viene da fuori (non solo US o UK) tende a essere molto equilibrata a mio sentire, quella nostrana tende sempre a suonare un po’ “piccola”, più prodotta e più ricca di medie frequenze. E qui il gusto nostro credo prenda il sopravvento su qualsiasi limite tecnico.
Un argomento che mi interessa da sempre è la contrapposizione tra digitale e analogico in termini di personalità del suono.
I simulatori di amplificatori, batterie, archi, stanze e strumenti virtuali in generale hanno raggiunto una qualità incredibile. Ha ancora senso usare amplificatori valvolari, pianoforti a coda o strumentazione vintage o è diventato tutto replicabile?
Guarda, io sono molto combattuto a riguardo. Campiono e produco strumenti virtuali campionati da più di 20 anni!
Però, per farti capire, negli ultimi 15 anni ho prodotto pochissime cose non suonate almeno al 90%. Pochissime. Mi sono semplicemente annoiato di tutta questa cosa in cui sei tu, solo, davanti allo schermo del computer a fare il maghetto dei suoni e della musica.
Io mi diverto a sentire la gente che suona e canta.
E mi diverto ad aiutarli a dare il massimo in questo senso. Detto questo: non ho niente in contrario alle emulazioni, le uso tutti i giorni e non le disdegno perché cerco sempre di calare nel contesto le cose.
Per esempio: è per me verissimo che un pianoforte a coda suonato è molto meglio di uno campionato, ma ci sono ambiti in cui semplicemente non è possibile o comunque non diventa un fattore determinante per il suono finale.
Spesso i musicisti si fermano al proprio: al loro suono per come lo sentono loro, ma il suono dei dischi non è il loro, ma è frutto del matrimonio il più virtuoso possibile tra i suoni di tutti.
Le band che hanno un sound pazzesco dal vivo sono le più facili da registrare, perché i componenti si sono già ascoltati tra di loro e amalgamati a dovere, non solo dal punto di vista musicale, ma anche sonoro.
Uno degli errori che si possono commettere quando si inizia a registrare a casa è spendere centinaia di euro in strumentazione senza considerare la stanza in cui si registra, e senza comprendere quali sono le priorità da seguire.
Tu parli di suono, microfoni e ambiente. Qual è la prima cosa di cui deve preoccuparsi un/a musicista che vuole realizzare un piccolo home studio?
Comprendere che non potrà avere le rec che avrebbe ad Abbey Road. Lo so, sembra banale e qualcosa che chiunque con un minimo di cervello troverebbe sensato.
Ma dentro di noi si annida questo sogno, quello di riuscire a dare il meglio di noi, e a volte veniamo traditi dalle nostre stesse aspettative anche se manco riusciamo a confessarcele.
Finita la parte psicologica, direi che il fattore numero 1 rimane la stanza: ovvero poter scegliere una stanza adatta e riuscire a posizionare i propri strumenti di lavoro (monitor audio + strumenti musicali + microfoni) in modo tale che non vengano rovinati dai limiti della stanza.
Credo sia l’ambito in cui valga veramente la pena investire dei soldi per avere una consulenza da un professionista del settore. Ho sperimentato spessissimo quanto sia inutile avere migliaia di euro di strumentazione se non si ha una buona stanza e abbastanza esperienza.
La combo tra poca esperienza e stanza pessimamente suonante è la maggior fonte di problemi di moltissime rec che arrivano da mixare.
Vorrei anche sottolineare che quando io mi pongo l’obiettivo di far suonare da Pro le rec casalinghe dei miei studenti, mi riferisco all’ottimizzare il più possibile la situazione esistente, tramite un approccio professionale al problema.
Naturalmente, in casa si possono ottenere rec stupende così come “solamente” buone perché poi le condizioni sono quelle che sono.
A volte è proprio quel “sapore” casalingo che rende una rec speciale, altre volte invece no. Pensiamo alle trattorie a conduzione familiare e quanto possano essere buone o pessime e la differenza la fa il cuoco.
Il tuo corso Rec Like a Pro è un corso interamente online, quali sono i vantaggi e gli svantaggi di un percorso del genere? Quali sono i feedback che ti sono arrivati dai tuoi studenti?
Gli svantaggi risiedono nell’avere un limitato scambio umano.
Quando ho iniziato a pensare a un corso di rec online mi sono chiesto se ero matto: ma via via, ho visto che in realtà è il modo migliore per riuscire ad essere utile a tutti, perché ognuno continua a lavorare nel proprio ambiente di riferimento e non in qualche super mega studio dove comunque non avranno possibilità di lavorare.
Poi naturalmente, per questo ci sono le Masterclass e i corsi in presenza che sono per supplementari all’esperienza online.
I vantaggi stanno anche nel fatto che lo scambio umano di cui parlavo è invece molto più condiviso (lo so è un paradosso, ma è così) perché tutti gli iscritti si guardano, ascoltano e parlano, cosa che in presenza ho visto fare raramente.
L’altro vantaggio è che ognuno può procedere al proprio ritmo e in base alla propria esperienza, perciò non servono classi super omogenee, anzi le classi eterogenee si rivelano un arricchimento.
Poi l’altro vantaggio è il costo oltre che la possibilità di riguardarsi i video delle lezioni (che tengo rigorosamente live) e delle sessioni di Q&A anche a mesi di distanza.
Se dovessi riassumere in una frase la tua filosofia di lavoro, quale sarebbe?
Il mio mantra come pro è la massimizzazione della trasmissione delle emozioni insite nella musica che registro, mixo e masterizzo. Per farlo? Ascolto, ascolto, ascolto.
Sul web trovate tantissime informazioni su Simone Coen e sul suo percorso formativo https://masterclass.simonecoen.com/
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Sara Velardo
Cantautrice, musicista, produttrice.
Lavora da 30 anni nel mondo della musica, ha prodotto 3 dischi come cantautrice, 3 come produttrice, ha suonato in tour internazionali.
Ha scritto le musiche per diversi spettacoli teatrali, ha vinto il premio Musica contro le mafie.
Tiene corsi di scrittura e consulenze personalizzate per musicisti e musiciste.
Dal 2022 scrive di musica su Mescalina, Meer e sul suo blog Faremusica.


